zoom from inside

ci divertiamo, ma a volte facciamo anche cose serie

NADA PER STASERA

E’ con sommo dispiacere che comunichiamo che i concerti previsti sul main stage per stasera, saltano! Vi aspettiamo per un po’ di dj set e un hamburger di consolazione

PARTECIPO!

Dopo decenni scanditi dal ritmo di: rivoluzioni sessuali, libertà 
di pensiero, abolizione di vecchi sistemi, plastici esibizionismi, sfacciato divertimento, depressione generazionale, botulino, patinato individualismo, reti globali, interculture, nuovi diversi papi, regimi caduti, unione europea, nuove nazioni, global warming, Ibiza-Mykonos-Corfù, fondamentalismi religiosi,
guerre di pace, COBAS, club scene, new-new post-scene, crisi economiche, rivoluzioni arabe, case farmaceutiche,
sdoganamenti e commercializzazioni del DIY..

Il mondo sta riprendendo coscienza dell’ambiente naturale ed umano e sta crescendo la volontà di ricostruire la terra, l’aria e i rapporti umani consumati dalla delocalizzazione di spazi, relazioni ed emozioni. Contemporaneamente, si aprono le porte a scambi di visioni, nuove libertà, nuovi sogni e pensieri, nuove fonti di energia ed un ritorno alla localizzazione. Il tutto scandito dal ritmo di comunicazioni veloci, nuovi stili di vita e da un’umanità alla presa di coscienza di una natura e di nuovi popoli in ribellione. Per superare la vecchia società dell’immagine bisogna investigare i fenomeni, i movimenti, le culture, il villaggio globale, la natura, la quotidianità e le nuove idee con una mente aperta, pronta a cogliere nuovi punti di vista. Per superare la difficoltà del presente e costruire un futuro bisogna essere un nuovo punto di vista.

Pochi posti rimarranno impressi nella mia mente come la stazione di Ponte di Brenta.

La stazione di Ponte di Brenta la conosci se abiti in zona e usi il treno per andare a lavoro o all’università. E se la conosci non puoi che odiarla, o perchè ti hanno aperto la macchina per rubarti un sacchetto vuoto dimenticato sul sedile del passeggero, o perchè non puoi comprare un biglietto se sei di fretta, o perchè non puoi sederti al riparo dalla pioggia mentre la voce registrata ti avvisa dagli altoparlanti che il tuo treno è per l’ennesima volta in ritardo. Aspetti nell’unico posto al coperto, un sottopassaggio umido e con quel caratteristico quanto pungente odore di merda e piscio che alle sette di mattina ti fanno passare la voglia di andare a fare colazione con la tipa di architettura a cui sei riuscito a strappare una mezz’ora dalla sua vita piena di impegni. Non c’è neanche l’obliteratrice, quindi sogna di sederti e dormire una mezz’oretta prima di iniziare veramente la giornata anzi, datti una mossa a cercare il capo treno per farti convalidare il biglietto, altrimenti l’obliteratrice nuova all’RFI gliela paghi tu. Ma fino a qui si tratta di degrado e cattiva amministrazione, che preferisco lasciare a quelli a cui piace parlare e argomentare discussioni su facebook con commenti di lunghezze improponibili.

Quello di cui voglio parlare è un altro tipo di degrado. Perché non mi hanno colpito i locali fatiscenti, non mi hanno colpito i neon intermittenti, i vetri rotti, le biciclette rubate o l’assenza di panchine, e non mi hanno colpito neanche i graffiti sui muri che ormai si sbriciolano. Mi hanno colpito le persone che frequentano questo posto. Persone mai viste, certamente fuori dal tuo giro di amicizie, ma anche di quello dei tuoi amici e molto probabilmente anche degliamicidegliamicidegliamici. Ma se conosci la stazione di Ponte di Brenta conosci anche queste persone che occupano le scale mentre sono intenti a scaldare qualcosa, a volte su un cucchiaio, a volte su della carta stagnola, e che molto cortesemente, senza mai incrociare il tuo sguardo, si spostano quando all’arrivo del treno per quelle scale scendi te insieme agli altri pendolari. Li ho sempre notati, e imitando l’apparente indifferenza delle altre persone li ho sempre lasciati alle spalle per raggiungere il parcheggio e controllare con un sospiro di sollievo che i vetri della mia macchina erano ancora tutti intatti.

Ma un incontro più di tutti ha segnato la mia coscienza. Era l’inverno scorso, forse gennaio o febbraio non ricordo, e come ogni giorno tornavo dall’università ormai ad ora di cena. Scendo dal regionale per Venezia e faccio la prima stretta rampa di scale che porta al sottopassaggio, per poi girare quel maledetto angolo che ti fa sussultare ogni volta che incroci qualcuno, visto che te lo trovi addosso senza che tu nemmeno te ne accorga. A quanto pare anche stavolta sono fortunato, non c’è nessuno pronto ad accoltellarmi. Ci sono invece dei ragazzi sulle scale che portano al binario 1. Sono due ragazze e due ragazzi, avranno avuto 16 o 18 anni, in piedi contro la ringhiera e contro il muro. Qualcosa però non mi torna. Fa un freddo assassino, e le ragazze sono in canottiera che noncuranti della temperatura parlano con i due ragazzi appoggiati con la schiena alla parete in cemento grezzo. La mia finta indifferenza viene a galla, e anche questa volta mi costringe a continuare nei miei passi verso la macchina, come se non avessi visto quella siringa in mano alla ragazza.

Raramente mi sono sentito così male. Perchè non c’è odio che regga all’indifferenza delle persone. Perchè avrei dovuto odiare quei ragazzi, andare da loro e mandarli affanculo per quello che stavano facendo, dandogli dei tossici di merda e ricordandogli di essere loro la rovina di questa società. Invece era la mia indifferenza che forse un giorno li avrebbe rovinati. Era la mia indifferenza a permettere che accadesse tutto questo e ad essere la vera rovina di questa società.

Questo progetto nasce perchè finchè non esisteva ero io quello dalla parte del torto.

E questo semplice attaccare qualche foto al muro non è solo un palliativo per quello che ho sentito e continuo a sentire dentro, ma un modo per trasmettere un messaggio, un messaggio che magari verrà ignorato, deriso, staccato o imbrattato, ma che se solo farà scorrere un impulso controcorrente in un singolo neurone avrà già fatto abbastanza.

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I have to admit that only a few places can create an impact on me as did the station of Ponte di Brenta.

You know the train station of Ponte di Brenta if you live near it and you travel by train to get to work or university. And if you know it, you can’t not hate it; or because they broke in your car to rob an empty bag that you left on the passenger seat, or because you can’t buy a ticket if you’re in a hurry, or because you can’t sit down anywhere on the ile under the rain, while the registered voice tells you from the speakers that your train is late for the 100th time. You wait under the only covered place of the station; a humid underpass with a stinging smell of shit and pee which makes you stop wanting to have breakfast with the chick that studies architecture despite the fact that you have sucessfully managed to steal half an hour of her busy life. There aren’t even any validation machines; so keep on dreaming about sitting down when you get on the train and sleeping for 40 minutes before really starting your day. No, you should hurry up and find the conductor to convalidate your ticket because if not, you’ll be paying the new validation machine to The Italian Train Society. Until now it was all about degradation and bad administration which I prefer to leave to those who like talking and arguing on facebook with comments that have unproposobale lenghts.

What I want to talk about is another kind of degradation. Because what affected me were not the rundown premises or the flashing neon or the broken glass, and niether the stolen bycicles nor the absence of benches. I wasn’t even affected by the graffiti on the walls which now crumble. I was affected by the people that hang out at this place. People nobody have ever seen before, out of your group of friends obviously and also out of your friends’ group of friends and probably also of yourfriendsofyourfriendsofyourfriends. But if you know the station of Ponte di Brenta, you also know these people that occupy the stairs while they try to warm something up, sometimes on a spoon, sometimes on an aliminium foil; and very politely, their eyes never cross yours, they move when the train arrives and you go down those same stairs with the other passengers. I’ve always noticed them, and imitating the apparent indifference of the other people, I’ve always left them behind me, going towards the parking lot and checking with a sigh of relief that the windows of my car are still intact.

It was that one encounter in many that marked my conscience. Last winter, january or february, I don’t remember, and like everyday, I was going back home during dinner time. I went off the regional train and made the first narrow ramp of stairs that lead to the underpass and turned that damn corner that makes you leap everytime someone crosses your way as you find the person on top of you before you even notice his existence. It looks like I’m lucky once again, there’s no one waiting to stab me. There are some kids on the stairs that lead to platform 1. Two girls and two boys, aged 16 or maybe 18, standing against the hand bars of the stairs and the wall. But there’s something that’s not quite right. It’s freezing cold and the girls are in tank-tops, despite the temperature, talking with the two boys that are leaning against the concrete wall. My feigned indifference came to surface, and this time, it forced my steps towards the car, like as if I did not see the syringe in the girls’ hand.

I’ve rarely felt this bad. Because there is no hatred that can withstand the indifference of people. Because I should have hated those kids, I should’ve gone to them and tell them to go to hell and fuck off because of what they were doing, calling them shitty toxics and remind them that they are the downfall of society. But it was my indifference that would ruin them one day. It was my indifference that allowed this to happen and lead to the downfall of society.

This project is born because until its existence, I was the one to be on the wrong side.

This simple “sticking photos on the wall” is not just a palliative for what I’ve felt and continue to feel inside, but it’s a way to give a message, a message that will maybe be ignored, made fun of or smeared off, but even if it’s able to scroll a countercurrent impulse in a single neuron, it will have done enough.

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THANKS TO

Jeff Bierk for his support and his photos

Giulia Gaiardoni for the photo session

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Venerdì 15 febbraio spegnete la luce e fate l’amore.. o al massimo fatevi un giro in bici.

Venerdì 15 febbraio spegnete la luce e fate l’amore.. o al massimo fatevi un giro in bici.

Tutto dipende da una ciotola per mangiare in campeggio, cioè la gavetta. Questo annoso problema trova risposta nel significato della sigla D.I.Y. Ci sono ragazzi che, davanti all’impossibilità di trovare sbocchi nei canali artistici tradizionali, hanno deciso che ciò che si voleva fare lo si sarebbe fatti da soli, indipendentemente dai limiti posti dal mercato. Da qui il concetto di autoproduzione. di indipendenza. di HC. E’ un atteggiamento. Ci sono ragazzi che hanno deciso di conquistarsi quello che volevano, senza preoccuparsi dei possibili fallimenti o dello sbattimento che ci sta alla base. Autoprodursi dischi, fumetti, libri, concerti, festival. Basta crederci, conquistarsi gli spazi e fare le cose. Fare le cose. Parlare meno e fare di più.Gente che ci crede e che porta avanti un certo tipo di discorso che è anche molto politico. In generale, perciò, chi suona, incide i dischi, fa le interviste e si becca le recensioni sono quei ragazzi che si sbattono da anni per poter fare quello che gli piace fare, e che per questo mantengono contatti e stringono amicizie con chi la pensa come loro. A parte alcune eccezioni, che sono però da considerare come fenomeni di moda passeggera e che perciò non hanno niente a che fare con l’HC o il D.I.Y, il cui significato, alla fine, è che le cose bisogna FARLE. Mi sembra che ad alcuni questo non sia chiaro. Soprattutto in questi giorni, riemerge la necessità di FARE le cose.”

Grazie a Marco Vezzaro e agli amici del Fragolone per le chicche.

Work in progress

Work in progress

ZZF12

Ci siamo!

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